Elegy

Elegy è un’opera di una vita dedicata al lutto.
È un grido, un lamento, un tenero ritornello di memoria, riparazione e amore femminista nero.

Da oltre un decennio, Gabrielle Goliath mette in scena performance di Elegy in tutto il Sudafrica e nel mondo, evocando la presenza assente di donne e persone LGBTIQ+ perdute a causa di atti mortali di violenza razziale e sessuale. In ogni performance, un gruppo di sette cantanti donne sostiene collettivamente un unico tono, perturbante, per la durata di un’ora. Quando una cantante vacilla, un’altra interviene a riprendere la nota, e così continua: un intreccio ciclico di respiro e voce condivisi.

In questa camera sacrale risuonano tre nuove suite di performance di Elegy. Insieme, danno forma a un intreccio di ferite, dalla crisi della cultura dello stupro e del femminicidio in Sudafrica, all’eliminazione delle tribù Ovaherero e Nama in Namibia, fino allo sfollamento orchestrato e all’uccisione di donne, bambini e civili palestinesi.

Rifiutando la spettacolarizzazione e l’oggettivazione di corpi ritenuti stuprabili e uccidibili, Elegy afferma condizioni di speranza e testimonianza: riconoscendo le vite nere, brown, indigene, femme, queer e trans come degne d’amore e degne di lutto. È un lavoro di riguardo, di precisione e di cura. Per chi si immerge nella sua veglia sonora, offre uno spazio di dolore condiviso e di rifiuto radicale - per l’urgente e continuo lavoro di una vita dedicata al lutto.

Elegy
for two ancestors

2025, installazione video a canale singolo

Il 16 maggio 2014, Ipeleng Christine Moholane (19) uscì per andare in chiesa e non fece più ritorno. Cinque giorni dopo il suo corpo fu ritrovato, seminudo, strangolato e abbandonato in un campo aperto alla periferia di Johannesburg. Un anno più tardi, Goliath mise in scena la sua prima performance in assoluto di Elegy, in commemorazione di Ipeleng. In quell’occasione fu condivisa una lettera scritta da suo padre, Isaac Moholane:

“Era la mia primogenita, il mio orgoglio e la quintessenza della mia forza, e metà di me è morta con lei.”

Questa performance inaugurale è stata riallestita e filmata nel 2025, in occasione del decimo anniversario di Elegy. Per chi era presente, è stata un’occasione per riaffermare l’imperativo del lutto – per piangere la perdita irreparabile di Ipeleng.

Al momento della performance, in tutto il paese crescevano le proteste pubbliche, che sollecitavano il presidente Cyril Ramaphosa a dichiarare la violenza di genere e il femminicidio un disastro nazionale in Sudafrica, dove in un solo anno (2023-24) sono state uccise oltre 5.500 donne e persone LGBTIQ+.

Elegy
for two ancestors

2025, installazione video a 2 canali

Le performance gemelle di Elegy- per due antenate evocano la presenza assente di due donne Nama, sfollate e uccise nel Genocidio degli Ovaherero e dei Nama (1904-1908), perpetrato dalle forze coloniali tedesche. Il lamento rituale di queste antenate, i cui nomi restano non registrati nell’archivio coloniale, è accompagnato da una riflessione speculativa della studiosa e attivista Dr. Zoé Samudzi:

“Ed è questo compito sacro, questa responsabilità verso i morti, i nostri antenati, a essere necessariamente una profanità, dove il profano è una grammatica quotidiana che struttura il nostro vivere di ogni giorno, perché ci prendiamo cura dei nostri morti ogni giorno. Questa verità sacra, una verità forse inconoscibile, ci perseguita. Ed è giusto che sia così.” 

Attraversando linee di storia, geografia e differenza, l’appello a piangere coloro che sono stati affamati, internati e uccisi attraverso il progetto coloniale genocidario in Namibia non potrebbe essere più urgente, mentre cerchiamo di fare i conti con le condizioni presenti di una vita il cui valore viene attribuito in modo diseguale.

Sulla scia dell’espropriazione e della cancellazione, le comunità Nama e Ovaherero continuano a lottare per la riparazione e la giustizia secondo i propri termini.

Elegy
for a poet

2026, installazione video a 5 canali

Per accompagnare questa suite di performance di Elegy, l’artista ha commissionato alla poetessa sudafricana Maneo Mohale la scrittura di un ghazal sperimentale (un’antica forma poetica araba composta da cinque o più distici in rima). Nella tradizione del ghazal, si tratta di una poesia d’amore e di struggimento, che evoca la presenza assente di Heba Abunada, il cui magnifico poema in cinque strofe, I grant you refuge, fu scritto appena dieci giorni prima che lei e il suo giovane figlio venissero uccisi in un attacco aereo israeliano a Khan Yunis, Gaza (10 ottobre 2023). Aveva trentadue anni.

Heba scrisse di come la polvere da sparo avesse tinto di rosso i televisori
a Gaza, tutto cambia in un istante. in un respiro
una città si squarcia tra macerie e fosforo il sapore
dell’arancia e i colori della nuvola la polvere dispersa che respira

- Maneo Mohale

Immersi nel rosso, sedici cantanti intonano e reintonano un lamento per Heba. Sul quinto e ultimo schermo dell’installazione, il palco illuminato resta vuoto. Come spettro del genocidio, richiama nuove performance a prendere forma - per Heba, e per le decine di migliaia di donne, bambini e civili uccisi a Gaza: sfollati, privati di tutto, colpiti da spari, bombardati, sepolti sotto le macerie.

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Dopo la scioccante cancellazione del Padiglione del Sudafrica, amicizie e solidarietà hanno portato avanti questo lavoro. Clicca qui per un elenco completo dei sostenitori e dei ‘Friends of Elegy’.